Media di massa e costruzione della realtá sociale

Quantomeno a partire dai primi anni Ottanta, con il passaggio, negli studi sui mass media, al cosiddetto paradigma critico, gli scienziati della comunicazione hanno riflettuto con abbondanza sul ruolo che i media di massa svolgono nella costruzione della realtá sociale.

Viene messo in discussione, in modo perentorio, e definitivo, l'approccio per cui esisterebbe una realtá naturale, lá fuori, che i media si limiterebbero a rappresentare (eventualmente, distorcendola).

Il consenso sociale, le posizioni egemoni, non sono semplicemente riflesse nei media, bensí attivamente costruite attraverso i media. I media sono parte attiva e integrante nel processo di 'costruzione del consenso': lo plasmano, riproducendolo.

L'ideologia, insieme di credenze ma anche di pratiche, attraverso le quali gli individui si rapportano con le condizioni reali del proprio esistere, svolge il ruolo fondamentale di rivestire di naturalitá le rappresentazioni della realtá offerte dai media di massa. Il credibile si fa vero (Hall, citato in Grandi, 1994: 117).

Secondo Carlini (1996: 192) il potere dei media si dispiega nella loro capacitá di influenzare la sfera politica, imponendo questioni - funzione di agenda setting - che essi stessi tematizzano. In una situazione di questo tipo, allora, i cosiddetti 'fattoidi', pseudo fatti a cui un passaggio ripetuto nel circuito mediatico fornisce caratteri di realtá, possono diventare problemi sociali pressanti, e richiedere addirittura iniziative legislative urgenti1.7

La questione puó essere presentata anche in questi termini: esiste un territorio, che chiamiamo sfera pubblica mediatizzata, in cui politici, rappresentanti di gruppi di interesse, giornalisti, si alleano e scontrano per il dominio simbolico sulla realtá.

Si tratta di capire, senza indugio, che il processo di formazione dell'opinione pubblica non é affatto spontaneo, é il risultato di una lotta per il dominio simbolico in cui i media giocano un ruolo chiave1.8.

Da questa situazione consegue che é fondamentale essere i primi a definire pubblicamente i termini di una questione, a inserirla in uno schema interpretativo (frame). Si lotta per il controllo della narrazione. Lettori e spettatori valuteranno poi la storia proposta, riceveranno un testo di cui considereranno iú la coerenza interna che non l'aderenza a realtá fattuali, che non conoscono per esperienza diretta1.9.

Da un lato é corretto dipingere la redazione come il luogo in cui si crea l'informazione, intesa come rappresentazione pubblica e condivisa del mondo (Scotti, 2002: 155). Dall'altro va sottolineato come il campo giornalistico agisca in collaborazione e competizione con altri attori sociali, e si configuri piú come un definitore di secondo livello, di situazioni, notizie, giá in parte confezionate altrove, che un filtro che processa realtá grezza e produce notizie. In ogni caso, il pubblico (emblematicamente, si dice 'il pubblico a casa') é sempre a valle di questa catena di produzione di senso - filiera di costruzione della realtá sociale.

Quindi, abbiamo uno scenario in cui attori differenti, istituzionali e non, si battono per imporre una propria messa in discorso degli avvenimenti. Vengono prodotte, e divulgate, narrazioni. La prima versione, parte avvantaggiata.

Si tratta di storie. Che formano, assieme, la realtá (mediatica) collettiva.

Sicuramente la politica istituzionale ha negli ultimi anni guadagnato moltissima consapevolezza rispetto al ruolo che i media esercitano - piú o meno autonomamente - nei processi di costruzione sia del consenso sociale che di quella che é di fatto percepita come realtá.

Ci sono i cosiddetti media events, grandi cerimonie dei media, eventi che possono esistere nella loro dimensione di spettacolo globale solo grazie alla televisione, e agli altri media di massa. Pensiamo alle olimpiadi, ma anche agli eventi dell'11 Settembre 2001. Le giornate di Genova 2001 sono anch'esse in buona parte poco piú di un evento mediatico.

Ogni messa in discorso é anche una messa in prospettiva. Ogni racconto implica la scelta di un punto di vista, l'offerta di uno sguardo. Allora, spesso ci sono i buoni e i cattivi, i violenti e i non violenti, gli eroi e gli antieroi, noi e loro, ...

Una conseguenza da non trascurare dell'importanza dell'esposizione mediatica di un'avvenimento, azione, dichiarazione, é che se le cose esistono solo quando e come appaiono in tv c'é da aspettarsi che una quantitá di attori sociali modifichino di conseguenza le proprie strategie.

Cosa che é successa e succede, nella big politics come in ambiti alternativi, extre-parlamentari. Se la mia lotta esiste socialmente solo in quanto appare, allora sono per certi versi legittimato a studiare e adottare tecniche di visibilitá mediatica.

La televisione manda in onda solo gli scontri? Diamole gli scontri. La televisione adora le messe in scena spettacolari? Eccole. Si tratta di un'opzione, che una parte dei movimenti sociali ha praticato nel decennio passato: messa in scena del conflitto, rappresentazione teatrale ad uso e consumo delle tv.

Scelta che altri, nei movimenti, hanno contestato. Si tratta di esprimere conflitto, non di metterlo in scena. Si tratta di fare i nostri media, e non di piegarsi alle logiche del potere.

All'opzione politica 'fare azioni che piacciano alla tv' se ne affianca una seconda, eventualmente complementare alla prima: tv e giornali distorcono, manipolano, ...Ogni rappresentazione é una selezione, é normale che ogni media raccontando qualcosa taccia qualcos'altro, e per ogni racconto é necessaria la scelta di un punto di vista. Quindi si prova a offrire ai mezzi di comunicazione un contenuto notiziabile per il possibile giá pronto: ai giornalisti non piace forse riprendere pari pari i comunicati delle agenzie? Forniamo materiali che raccontino giá una storia, che siano interesanti per i media e il meno possibile decontestualizzabili. Facciamoci soggetto di comunicazione. Ma anche, in questa prospettiva, cerchiamo degli alleati nel campo dell'infrormazione istituzionale: facciamoci amico qualche giornalista, manteniamo dei contatti, ...

E' ovviamente un terreno su cui camminare con attenzione: preparare un comunicato stampa ben fatto, che l'ansa possa riprendere integralmente, é in fondo un piccolo contributo alla stessa logica per cui i politici aspettano l'ora giusta, appena prima del tg della sera, per rilasciare le loro dichiarazioni...

Si tratta evidentemente non di sostenere una qualche teoria cospirativa dei media, che tenti semplicisticamente di dimostrare come le classi dominanti utilizzino la comunicazione di massa per mantenere controllo e stabilitá sociale, ma piuttosto di indagare, e intendere, le articolazioni dei rapporti tra i mass media e gli altri sottosistemi sociali (Wolf, 1985: 107).

Relazioni che a volte sono torbide, pericolose. Sport, giustizia, politica, media, interagiscono, esercitano pressioni reciproce, cambiano. L'esempio piú facile e bello: vedere quanti sport (tennis, pallavolo, ping-pong, scherma, calcio, sci, ...) hanno cambiato le proprie regole (hanno snaturato le proprie regole) per andare incontro alle esigenze di spettacolaritá della televisione.

I giornalisti hanno ovviamnente consapevolezza dei fattori esterni che incidono sul loro lavoro: un rapporto del Censis, citato da Scotti, dice che l'89% dei giornalisti ammette il potere in redazione della pubblicitá, e il 69% quello della della politica1.10.

Evidentemente un'esperienza come quella di Indymedia, che non accetta pubblicitá, non ha nessun grosso finanziatore alle spalle, non ha rapporti con nessun partito politico, si distacca, in modo netto, dalla situazione in cui si trova la maggioranza dei soggetti che fanno parte del panorama mediatico.

I media forniscono delle prospettive, e obbediscono a delle logiche. Se si tratta di vendere il proprio pubblico agli inserzionisti pubblicitari, non deve stupire troppo che una delle chiavi della rappresentazione sia la spettacolarizzazione. Informazione e intrattenimento si fondono in un genere ibrido, ormai onnipresente, o quasi: l'infotainment.

I 'fait divers' di cui parla Bordieu - previsioni del tempo, cronaca rosa, scandali e (non) notizie leggere varie - riempiono (buona) parte degli orizzonti mediatici, a discapito di altri accadimenti, dei quali invece sarebbe opportuno essere informati:

il tempo é una merce estremamente rara alla televisione (...) Riempiendo qyesto tempo scarso con del vuoto, del niente o del quasi niente, si eliminano le informazioni pertinenti che un cittadino dovrebbe possedere per esercitare i suoi diritti democratici1.11.

C'é poi la questione della guerra, che notoriamente é un tempo in cui il giornalismo manifesta il massimo delle proprie doti di servilismo. Preoccupante, visto la situazione attuale, di 'guerra permanente' (al terrorismo internazionale...)

Quindici anni fa eravamo a questo punto qui.

Reporter della Cnn prelevarono da uno zoo e poi impeciarono il cormorano intriso di petrolio che commosse tutto il mondo, si fecero riprendere in studio bardati con maschere antigas senza che ci fosse alcun pericolo di contaminazione, mentre fotografi dell'agenzia Reuters misero in vendita fotografie scattate durante la guerra Iran-Iraq del 19831.12

Da allora ad oggi, la situazione non é migliorata per niente.

2005-06-21