Fare il giornalista oggi non deve essere facilissimo. La professione ha perso molta dell'aura che la abbelliva in passato. La scena mediatica si é riempita di comunicatori: altri attori sociali che presentano eventi giá in formato notizia: impacchettati, pronti per il pubblico. Imprese, governi, agenzie di stampa, NGO: tutti disposti a presentarsi alla 'gente' direttamente, e in altri casi a offrire al giornalista un contenuto giá sufficientemente pronto per essere servito al pubblico. Oltre ai comunicatori di professione, le nuove tecnologie, attraverso le quali ciascuno puó avere un sito web, e un blog, e affiancare i mediatori tradizionali nel rappresentare quella fetta di realtá che sfugge all'esperienza diretta di ciascuno di noi.
Indymedia é fatta anche di questo: do it yourself journalism.
Il giornalista lavora oggi in un mondo in cui, anche attraverso l'affermarsi di internet, esiste una sola, complessa arena mediatica, nella quale si compete 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. Partecipando alla produzione di un flusso ipermediatico ininterrotto, e gigantesco.
Esiste, certo, lo scoop. Ma é un'eccezione. Tutto il resto sta nel flusso. Il flusso informativo che avvolge tanto i giornalisti quanto i consumatori di informazione1.21.
Dei tre modelli comunicativi che Williams individuó ormai quarant'anni fa, modello paternalistico, modello commmerciale, e modello democratico, é il secondo ad avere trionfato. Il primo, agito tradizionalmente dal servizio pubblico (radiotelevisivo, da noi), sembra definitivamente perdente. Del terzo, scorgiamo segnali. Ma sono tracce di resistenza al modello dominante: impresariale, commerciale, centrato sul marketing, sulla pubblicitá, sull'utente come consumatore - sulla mercificazione dell'informazione.
E' certo che nell'epoca della convergenza digitale, del mediascape globale, della crescita apparentemente inarrestabile dell'informazione on-line le routines produttive classiche vanno in crisi, e vanno ripensate completamente. E' una necessitá di cui Ortoleva aveva giá scritto quasi dieci anni fa.
Ogni innovazione importante nel campo della comunicazione rimette in discussione abitudini, equilibri consolidati, mercati: i settori che si sentono piú minacciati reagiscono, a volte ritoccando semplicemente le loro formule, cercando cioé di ristabilire il patto con il proprio pubblico, a volte ricorrendo a pressioni politiche per sopprimere o fiaccare i nuovi concorrenti, a volte mettendosi anch'essi sulla via dell'innovazione (Ortoleva, 1997: 48).
Poi, ovviamente, esiste la questione del giornalista come dipendente: stipendiato, e sottomesso a un editore. Giornalista che sicuramente mette in campo molte volte meccanismi di autocensura, ma che alle volte ha vincoli esterni, professionali, rispetto a ció di cui puó scrivere, e in quali termini.
Ecco allora che l'odio per i professionisti dell'informazione, che molti attivisti di progetti antagonisti nutrono in maniera viscerale, potrebbe essere alle volte direzionato in modo puntuale, e non generico. Da qui l'appello di una partecipante a Indymedia Italia:
Ancora una volta vorrei sottolineare l'importanza di distinguere, o almeno di lasciare spazio alla distinzione tra editori dei giornali e giornalisti, ovvero tra chi decide come deve uscire l'informazione, e chi la compone come il datore di lavoro chiede. Lasciare spazio a questa divisione serve a far si che chi tra i giornalisti sta cercando di lavorare in modo diverso, non rifiuti indymedia, ma anzi la sostenga1.22.
Di fatto anche in ambiti radicali come Indymedia, nati con intenzioni di opposizione intransigente alle pratiche giornalistiche mainstream, ci sono spiragli per interagire con chi fa giornalismo di professione, e in termini puramente istituzionali. A proposito di una puntata della trasmisione di Raitre Report, che parla di terrorismo, leggiamo su italy-list, sorta di assemblea virtuale permanente di Indymedia Italia:
documentari come quello visto ieri sera su raitre sono le armi migliori per combattere la battaglia culturale che stiamo faticosamente intraprendendo.
Ora, parlare di giornalismo iperveloce e standardizzato come conseguenza dell'avvento di internet é riduttivo (e alla fine non corretto). Affermare che é il cyber-giornalismo a richiedere sia velocitá che genericitá é semplicistico.
Di fatto la rete offre, con il rapidissimo avanzamento in parallelo delle tecnologie di immagazzinamento dei dati, una opportunitá unica ed enorme per archiviare i dati, e per offire prodotti giornalistici che accanto a un lancio di tre righe, consumabile in dieci secondi, presentino un livello medio di approfondimento e anche un ulteriore sforzo di profonditá.
I documenti possono essere offerti nella loro versione originale, spesso ingombrante, e affiancati da una mediazione e selezione giornalistica. Si deve cercare di evitare che vengano attribuite al web colpe, vizi, che i professionisti dell'informazione hanno invece fatto loro lavorando in altri ambiti (Carlini, 1999:103)
Resta i fatto che oggi, per essere trattato dai media, un tema deve possedere uno o piú di questi attributi: coinvolgere celebritá, avere a che fare con il sesso e con la morte; essere semplice, offire (condizione tecnica) immagini, svilupparsi in un luogo ben definito, possibilmente vicino ai centri di produzione dei media, prestarsi a una elaborazione narrativa in termini di buoni e cattivi (e/o altri immaginari mitologici)1.23.
I media sono fatti cosí.
2005-06-21