A quasi quattro anni di distanza, gli accadimenti dell'11 Settembre 2001 possono essere letti con una dose di luciditá maggiore rispetto a quella concessa a molti analisti nei mesi successivi alla caduta delle Torri Gemelle. Oggi appare ingenuo un approccio come quello dispiegato da Paoli (2002) e altri, che giudicava imprescindibile, a seguito degli attentati di New York, un radicale ripensamento della politica di pubblicazione aperta, centro vitale del progetto IMC.
Certi post avevano contenuti opinabili - per molte persone inopportuni, per alcuni addirittura blasfemi: si trattava di messaggi che esprimevano contentezza quanto accaduto negli Stati Uniti (gli attacchi terroristici). Questa manifestazione di pensiero era indubbiamente fastidiosa, ed eventualmente anche immorale, nell'orgia generalizzata di commozione e costrangimento che segnó quelle ore. Il timore di Paoli era che i media, e con essi l'opinione pubblica, associassero le libere espressioni del newswire con il punto di vista della comunitá di Indymedia.
Quello che si puó rispondere é che i post apparsi nel notiziario sono stati effettivamente usati per denigrare Indymedia, il suo operato: Vespa sparava a zero sull'IMC, pur senza farne il nome, giá la sera del 12 Settembre, dagli schermi di Raiuno.
Giornalisti e deputati destrorsi hanno rilanciato in seguito, in particolare dopo la morte di alcuni militari italiani in Iraq.
Si tratta di leggere la situazione, e vedere come gli attentati di New York siano stati impiegati per giustificare una svolta repressiva, come quanto successo l'11 Settembre sia stato usato come ragione per legislazioni d'emergenza, sospensioni di diritti, censure.
Siamo in guerra, e i media devono conformarsi: tutti i giornalisti sono arruolati. Indymedia, ovviamente, non ci sta.
2005-06-21