Albert, critico dei media, esperto, attivista decennale in ambito di progetti mediatici indipendenti, spiega con chiarezza
che un media non puó essere considerato alternativo semplicemente osservando i suoi contenuti - il suo output editoriale.
Si devono prendere in considerazione le modalitá organizzative, il modo in cui questo nostro media che diciamo alternativo
opera. Una istituzione mediatica mainstream, pubblica o privata che sia, agisce con lo scopo di massimizzare i propri profitti,
e/o di vendere agli inserzionisti pubblicitari il proprio pubblico. E' strutturata in accordo, e rafforza, le gerarchie di
potere esistenti, ed é solitamente controllato da un attore sociale rilevante (spesso, una grande industria). Un media va
considerato alternativo, quindi, nella misura in cui non si pone come obiettivo la massimizzazione dei profitti, non
punta a vendere i propri utenti alla pubblicitá, cerca di opporsi alle relazioni gerarchiche esistenti a livello sociale,
si struttura internamente nel modo piú diverso possibile da una grande impresa, e si percepisce come parte di un progetto
piú ampio per il cambiamento sociale, a cui guarda - il suo orizzonte non é la propria individuale sopravvivenza, o
benessere (Albert, 1997).
Atton ci dice che molti media che definiamo alternativi di fatto implementano routines produttive e strategie editoriali tali per cui ricadono, per quanto inavvertitamente, in un modello di tipo broadcasting (una emittente, molti riceventi), concentrano il potere editoriale e si rivelano intrensecamente antidemocratici. Perció non possono essere definiti media partecipativi (Atton, 2001).
Le osservazioni di Albert sono rielaborate da Shumway, che sottolinea come modalitá produttive e modello comunicativo adottato debbano necessariamente essere coerenti con il progetto mediatico nel suo complesso, per cui un media che incita, promuove il cambiamento sociale é perdente nella misura in cui ripropone una logica di tipo broadcast (uno a molti), centralizza i processi decisionali, ripropone le gerarchie editoriali mainstream. (Shumway, 2001). Secondo l'autore, le nuove tecnologie, internet in particolare, rappresentano una risorsa concreta, per consentire ai media alternativi la creazione di reti mediatiche di tipo partecipativo, informate da logiche di produzione e processi decisionali realmente innovativi.
Hamilton (2001) distingue i media alternativi da quelli mainstream in quanto i primi sono de-professionalizzati, de-capitalizzati e de-istituzionalizzati. Williams, anni prima, aveva distinto i media alternativi, che cercano la coesistenza con l'universo mainstream, dai media di opposizione, che aspirano a rimpiazzare il sistema dominante.
Secondo Atton (2001) i media alternativi sono tali perché presentano le storie che anche i media mainstream raccontano in una prospettiva differente, e inoltre raccontano storie che i media mainstream ignorano. Questa definizione é, nella sua semplcitá, molto efficace, anche se affronta solo uno dei molti aspetti della questione.
Per Jankowski e Jansen (2003) i media comunitari vanno distinti da quelli mainstream prendendo in considerazione: i loro obiettivi; la struttura della proprietá dei mezzi di produzione; i contenuti offerti; le modalitá di produzione; le modalitá di distribuzione; il tipo di audience; le fonti di finanziamento.
Pasquinelli (2002) ipotizza una convergenza, che si starebbe realizzando oggi, tra filoni diversi dell'antagonismo mediatico, in cui tradizionalmente avrebbero prevalso a livello nordamericano un'attitudine pragmatica, a livello di Europa continentale una postura nichilista e a livello di Europa del Sud e America Latina una prospettiva giocosa, creativa. Giusta o sbagliata che sia, in termini empirici, questa ricostruzione sicuramente é affascinante. I tre filoni starebbero oggi (con)fondendosi, nei nuovi media di rete e globali(zzati).
I media alternativi, come li chiama Atton, sono definiti anche radicali (Downing, 2001), dei cittadini ('citizens' media', Rodriguez, 2001), comunitari (Jankowski e Jansen, 2003). Aggiungiamo: media dal basso, e grassroot media.
Difficile da tradurre in italiano, la qualifica di 'grassroot' accompagna la definizione di molti media indipendenti contemporanei. Compare anche in tutte le prime descrizioni che gli IMC statunitensi, da Seattle in poi, offrono di sé. Si tratta di media radicati, media dal basso. Secondo Atton, le pratiche mediatiche grassroot sono quelle che
sono prodotte dalle stesse persone delle quali rappresentano le preoccupazioni, da una prospettiva di impegno o di partecipazione diretta (Atton, 2002, citato in Vatikiotis, 2004: 3)2.2.
La difficoltá di catalogare le esperienze che si alternano e incrociano in ambito di esperienze mediatiche indipendenti é ben espressa da Rodriguez:
Le nostre teorizzazioni utilizzano categorie troppo ridotte per abbracciare le esperienze vissute da coloro che partecipano nei media alternativi. Gli accademici della comunicazione e gli attivisti dei media hanno iniziato a guardare ai media alternativi come a una opzione per controbilanciare la iniqua distribuzione di resorse comunicative scaturita dalla crescita delle grosse corporations mediatiche. Questa origine ha localizzato il dibattito dentro le categorie rigide del potere e nelle concezioni binarie di dominio e subordinazione, che eludono la fluiditá e la complessitá dei media alternativi come fenomeno sociale, politico, e culturale. E' come provare a catturare la bellezza dei movimenti dei ballerini attraverso un'unica fotografia2.3.La questione di inventare forme di comunicazione alternative, che si appoggino sulle tecnologie a disposizione per creare canali mediatici antagonisti rispetto a quelli istituzionali, non é ovviamente nuova.
Trent'anni prima di Seattle, i movimenti del 1968 alimentano la crescita di progetti mediatici innovativi. Sono forme di comunicazione orizzontali, e dal basso. Le prime radio alternative sfidano il monopolio (statale) dell'etere. Si inventa un utilizzo indipendente di quelle che sono le innovazioni tecniche di allora: le videocamere sedici millimetri in presa diretta, con sonoro sincronizzate, diventano strumenti di lotta.
I video raccontano da dentro i cortei, le manifestazioni. Ribaltano il punto di vista della narrazione - concretamente, ma anche livello di 'sguardo simbolico'.
I movimenti di quegli anni lasciano in ederitá anche una politica della comunicazione, la quale rivendica: la radicale democratizzazione del diritto alla parola (diritto all'accesso); lo sviluppo di forme di comunicazione dal basso - in grado di rompere con le gerarchie del sistema dei media dominante -, rottura di canoni, tabú linguistici, distinzioni tra cultura alta e popolare un'istanza di diversificazione: differenziare i pubblici, costruire circuiti, rendere plurali le emittenti (Ortoleva, 1997: 100) Interattivitá, frammentazione, rifiuto delle gerarchie, ...Il 1968 preparava il terreno per il grande salto mediatico (a venire).
Indymedia Italia é vissuta, praticata, e costruita, da persone che
spesso vantano esperienze precedenti nell'ambito della comunicazione.
Il grande salto, che il progetto compie nel 2001, con e dopo i giorni
di Genova, obbliga gli attivisti a riflettere su come gestire la
nuova dimensione del progetto - prima ignorato, poi corteggiato, e poi?
Molti partecipanti all'IMC sottolineano la necessitá di non rinunciare in alcun modo alla radicalitá delle pratiche e dei contenuti proposti. Se un linguaggio chiaro puó facilitare la comprensione da parte del cosiddetto grande pubblico delle questioni trattate da Indymedia, la stessa non deve concedere nulla a spettacolarizzazione, banalizzazioni, logiche di tipo mainstream quali necessitá di essere veloci, e copertura di qualsiasi evento sia ritenuto notiziabile dagli altri (grandi) media.
Il percorso che abbiamo intrapreso é complicato. Uscire dal ghetto antagonista non significa necessariamente diventare come i media... perché, se il mio squallor-english non mi confonde, 'become a media' significa i'diventa un media' e non 'diventa come i media'2.4.
La questione del ghetto antagonista é reale, non immaginaria. Per anni le produzioni - dalle fanzine ai video - di singoli e gruppi dei centri sociali, della sinistra non istituzionale, et cetera non sono riusciti, salvo casi rarissimi, a uscire da circuiti di distribuzione ristretti, limitati e limitanti. Le autoproduzioni radicali non avevano spazi, visibilitá, né le condizioni per sostenere i costi di una distribuzione capillare sul territorio. Le nuove tecnologie, la rete internet in particolare, hanno mutato questo quadro. In questo nuovo contesto, i media maker alternativi sperimentano le proprie idee, e percorsi.
Indymedia, a livello italiano, ha sempre insistito su un'attitudine che, a livello sia informativo che politico, privilegiasse la diffusione, la disseminazione, alla logica di fondare un contro-potere, e di esercitare contro-informazione. Il fine dichiarato é rendere gli utenti, i lettori, i navigatori, partecipanti attivi del processo di produzione e distribuzione dell'informazione. Audience empowering.
A questo si affianca un tentativo di sottrarre valore alla individualitá dei contributi offerti, alla loro valenza in termini personalistici. Si tratta di una caratteristica a mio avviso molto interessante, e che gli attivisti di Indymedia Italia hanno dimostrato di avere molto a cuore, ribadendola in interventi di taglio teorico ma anche con scelte editoriali precise.
Il soggetto di enunciazione é - vuole essere, rivendica la propria natura di -
collettivo. Una condivisione in cui l'individuo, inteso come autore, si scioglie: una
istanza di comunione che va in controtendenza netta e consapevole rispetto alle
dinamiche di personalizzazione che segnano i media mainstream, e tenta di
disfarsi, in modo radicale, dell'aura che storicamente circonda l'autore (di una
qualche opera). Le features, per quanto belle, per quanto diversissime tra loro,
sono solo e sempre firmate, implicitamente, dalla mailing list italy-editorial.
A un livello differente, pi' generale, non é inutile segnalare che il progetto IMC, specie in certe presentazioni statunitensi in cui scorre, abbondante, la retorica, aspira a farsi soggetto collettivo universale: Indymedia é 'la voce dei senza voce'. Affiora la prospettiva usata in certi documenti stesi da assemblee e portavoci dei movimenti contro il capitalismo e la globalizzazione neo-liberista: 'We, the people'... Come negli slogan di Genova 2001 ('Voi g8 noi 6 miliardi') ci si arroga un mandato planetario: é l'umanitá oppressa che parla, o manifesta, contro i potenti...
Come teorizzato trent'anni fa da Enzensberger
un utilizzo di tipo emancipatorio degli strumenti mediatici prevede: decentramento dei programmi, e delle emittenti;
trasformazione di ogni ricevente in una
trasmittente potenziale (ogni lettore diventa autore); impegno per la mobilitazione delle masse; interazione tra i
partecipanti, e insistenza sulle dinamiche di feedback - retroazione; processo politico di apprendimento; produzione
collettiva dell'informazione; interesse per le storie delle persone comuni;
controllo sociale dei mezzi di produzione mediatica2.5.
Pare proprio che Indymedia, per molti versi, in una combinazione fortunata di consapevolezza, competenze, e utilizzo
libertario delle nuove tecnologie della comunicazione, abbia imboccato esattamente la strada disegnata dal programma
enzensberghhiano.
2005-06-21