Rapporto dialettico, scontro, faticosi annusamenti e avvicinamenti, ...Ci sono tante componenti nel rapporto tra gli attivisti di Indymedia e i loro 'colleghi' giornalisti professionisti.
Indymedia in questo ambito é multipla fino al confine della schizofrenia: passa da atteggiamenti di totale rispetto, comprensione, pazienza, dialogo, ad affondi conditi di sarcasmo, a insulti.
Indymedia é fatta anche da giornalisti (persone che si guadagnano da vivere scrivendo, e sono iscritte all'albo). E allo stesso tempo rivendica un motto tipo: 'prima attivista, poi mediattivista, mai giornalista'.
Si sono lette, nelle mailing list di Indymedia, le cose piú diverse circa il mestiere giornalistico, e circa i rapporti che l'IMC dovrebbe intrattenere con il campo mediatico istituzionale.
In alcuni casi, come nel confronto con Riotta e con Papi, Indymedia ha goduto delle virtú mediatorie di alcuni suoi attivisti, volonterosi, pazienti, educati. In altri casi, no.
Se la controparte sono
subumani figli di puttana pseudo giornalisti del cazzo15.26
allora non é facile immaginare una modalitá di relazione decente (eccetto le mazzate).
Capita che le oscillazioni continue, tra la ricerca di un confronto, per quanto da posizioni molto distanti, e la chiusura totale, hanno provocato emicranie da attivista confuso, e preghiere ironiche:
per favore approvate finalmente che indy non abbia rapporti con la stampa
cosí la smettiamo di scannarci su quale sia il modo migliore di trattare i 'colleghi'.
Il punto é peró che questo intervento, che segue, riassume la posizione di molti, dentro Indymedia Italia:
non mi importa che chi da sempre infama i compagni si trovi oggi a darmi una pacca sulla spalla ricordandosi dei 2 articoli che aveva letto su indy e dal quale aveva preso spunto per un pezzo in pagina 7. non me ne frega un cazzo raga, 0, sul serio.
prendo quello che mi danno, me lo metto in tasca e non porgo la mano, non voglio contaminare la mia esperienza con la loro, fatta di sí a caporedattori, a gerarchie per simpatie politiche, a servilismi per pararsi il culo.
non voglio pararmi il culo.
Quindi, niente alliscamenti, niente moine, niente cene di lavoro.
Il mainstream si usa quando serve. Se poi non si lascia usare, perché non lo abbiamo
ammorbidito abbastanza, perché non abbiamo coltivato ganci e relazioni, amen.
Deaglio un bel giorno attacca Indymedia dagli schermi di Raidue. Dice che non filtrando i contenuti, e permettendo agli articoli di stampo antisemita di fare mostra di sé dalle colonne del sito, il progetto dimostra di non essere serio.
Sul newswire di Indymedia Italia nasce un dibattito. Qualcuno accenna alla possibilitá di fare un comunicato stampa. Qualcun'altro gli risponde che l'IMC ne fa davvero pochi, di comunicati. Si tratterebbe di (ri)spiegare la pubblicazione aperta - il principio, la pratica.
Secondo me non é questione di comunicati. Le ragioni dell'*odio* (o quantomeno dell'allarme preoccupato) dei giornalisti contro l'Open Publishing ha ragioni piú profonde. L'OP per il solo fatto di esistere mette in crisi il ruolo della filiera dell'informazione.
A cosa serve una redazione? La redazione mi garantisce che le info sono credibili? Che me ne faccio di un giornalista se sono mediamente piú veloce di lui a reperire le info?
Insomma... é la figura del giornalista che scricchiola, é il suo ruolo che é messo in discussione dalle dinamiche di rete. Sono proprio i giornalisti *di sinistra* i piú preoccupati. Perché sono corporativi (non sindacalizzati, corporativi). Hanno cioe' un orizzonte, un po' stitico, ma é un'orizzonte.
L'OP minaccia il loro orizzonte: se tutti possono pubblicare, a cosa servono loro?
Un po' quello che diceva il primo lutero: se tutti possono leggere la bibbia, a cosa servono i preti (che prima erano gli unici autorizzati a leggerla) e le decime?
2005-06-21