Anche a livello italiano si sono recentemente fatti piú consistenti gli interventi di attivisti che lamentano modalitá di partecipazione al progetto che deriverebbero esclusivamente dalla sua popolaritá. Le persone entrerebbero in Indymedia non piú perché condividono un metodo ma perché Indymedia é di moda. Dire che si fa parte di Indymedia diventa un modo per avanzare socialmente, in ambiti alternativi, guadagnare status.
La critica appare sufficientemente feroce e generica allo stesso tempo. Sicuramente esistono casi di partecipazione poco costruttiva, e non é da escludere che a livello individuale esistano casi di iscrizione alle mailing list di Indymedia sulla base di considerazioni che hanno piú a vedere con l'aura del progetto che con le sue ragioni intime di esistenza.
Da un lato questa non é che una delle molte facce dell'Indymedia famosa, popolare. (Tra le altre,
non tutte lussuose, vi é anche quella delle attenzioni speciali riservate da magistrati e
ministri.) Dall'altro non deve svalutare l'impegno di chi si affaccia oggi all'IMC, e vuole
contribuire al progetto 'perché ci crede'.
Il fenomeno di Indymedia come marca, come brand, ha una sua rilevanza, per quanto dai contorni molto sfumati, a livello internazionale. E' stato uno degli argomenti del seminario sugli IMC svoltosi ad Amsterdam, nell'ambito dell'edizione 2003 del Next Five Minutes. Molto in breve: Indymedia é cosciente della propria (crescente) popolaritá, ma i suoi attivisti non aspirano a sfruttare il marchio Indymedia. Se non, indirettamente, per promuovere progetti ritenuti importanti e che non godono della stessa visibilitá.
La questione delle dinamiche innescate dalla fama del progetto IMC é affrontata anche da Halleck, secondo il quale la popolaritá ha portato alla comparsa, attorno a Indymedia, di 'groupies' (termine che indica in ambito musicale le giovani fan che seguono la tournee di un gruppo)16.30.
2005-06-21